Pari Opportunità Top News — 14 giugno 2013

assistenza_infanziaSe l’Unione europea intende raggiungere entro il 2020 l’obiettivo di un tasso di occupazione del 75% gli Stati membri dovranno intensificare gli sforzi per migliorare le strutture per l’infanzia: è quanto afferma una relazione pubblicata lo scorso 3 giugno dalla Commissione europea, secondo la quale solo otto paesi hanno conseguito entrambi gli obiettivi concordati a livello dell’UE su disponibilità e accessibilità dei servizi di assistenza all’infanzia. Secondo i cosiddetti “Obiettivi di Barcellona”, convenuti dai leader dell’UE nel 2002, l’assistenza all’infanzia dovrebbe essere fornita al 90% dei bambini fra i tre anni e l’età dell’obbligo scolastico e al 33 % dei bambini al di sotto dei tre anni.

La Vice-presidente Viviane Reding, Commissaria UE per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, afferma: “Ogni genitore sa fin troppo bene quanto determinante sia l’offerta di servizi di assistenza all’infanzia economici e accessibili, non solo per lo sviluppo del bambino ma anche per i genitori che lavorano. Ciononostante, finora meno di uno Stato membro su tre è riuscito a conseguire i propri obiettivi di assistenza all’infanzia. Gli Stati membri devono impegnarsi se intendono raggiungere l’obiettivo, da loro sottoscritto, di un tasso di occupazione del 75%. Le strutture per l’infanzia non dovrebbero essere considerate un costo ma un investimento sul futuro.”

I dati del 2010 mostrano che la maggior parte dei paesi UE ha mancato gli obiettivi sulle strutture all’infanzia e che solo otto sono stati in grado di realizzarli per entrambe le fasce di età (0-3 anni; dai 3 anni all’età dell’obbligo scolastico): Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Slovenia e Regno Unito. Solo 10 Stati membri hanno conseguito l’obiettivo relativo alla prima categoria (da 0 a 3 anni) e 11 quello relativo alla seconda (dai 3 anni all’età dell’obbligo scolastico; vedi allegato).
Nel contempo, dati appena pubblicati per il 2011 mostrano una diminuzione dei servizi offerti ai bambini di età maggiore evidenziando come alcuni paesi che avevano raggiunto l’obiettivo nel 2010 si trovino ora al di sotto della soglia del 90 % (Spagna, Paesi Bassi e Irlanda).

Le politiche per conciliare meglio il lavoro con la famiglia, in particolare i servizi di assistenza all’infanzia, sono essenziali per promuovere l’occupazione femminile. Per raggiungere gli obiettivi occupazionali dell’Unione e per migliorare la strategia economica globale è fondamentale che aumenti il numero delle donne che lavorano. Per questo motivo il 29 maggio la Commissione ha proposto al Consiglio raccomandazioni specifiche per paese nell’ambito del terzo semestre europeo 2013. A 11 Stati membri, tra cui l’Italia, sono state indirizzate raccomandazioni sull’occupazione femminile, sulla disponibilità/qualità delle strutture per l’infanzia e/o delle scuole a tempo pieno e sui servizi di assistenza.

Cresce la quota di donne inattive 15-74 anni che non cercano attivamente lavoro ma sono subito disponibili a lavorare. In Italia è quasi 4 volte più elevata che in Europa (16,6% vs. 4,4%).

La distanza è ancora più forte in confronto ai principali paesi.

grafico_infanzia

 

Situazione lavorativa femminile in Italia

In Italia le donne si scontrano subito con la dura realtà:

–       Molte non entrano nel mercato del lavoro specie al Sud e se con basso titolo di studio;

–       Molte entrano in ritardo nel mercato del lavoro;

–       Hanno problemi anche se laureate.

Le giovani donne vivono una situazione più critica di quella dei coetanei uomini, già critica.

Fin dall’inizio della carriera lavorativa (18-29 anni):

–       Tasso di occupazione più basso (35,4% vs. 48,4%);

–       Più precarie (35,2% vs. 27,6% sono dipendenti a termine o collaboratori);

–       Le laureate più sottoutilizzate (52% vs. 41,7% svolgono un lavoro per il quale è richiesto un titolo di studio inferiore a quello posseduto);

–       Guadagnano meno (892 mila euro vs. 1.056 mila euro la retribuzione netta mensile dei dipendenti).

Tra le madri il 30% interrompe il lavoro per motivi familiari contro il 3% dei padri.

Sono circa 800 mila (pari all’8,7% delle donne che lavorano o hanno lavorato) le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere, nel corso della loro vita lavorativa, a causa di una gravidanza: sono le cosiddette “dimissioni in bianco”. Hanno poi ripreso l’attività solo quattro madri su dieci, tra quelle costrette a lasciare il lavoro, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno. Le interruzioni imposte dal datore di lavoro riguardano più spesso le generazioni più giovani: si passa infatti dal 6,8% delle donne nate tra il 1944 e il 1953 al 13,1% di quelle nate dopo il 1973. Per queste ultime generazioni, le dimissioni in bianco coincidono quasi con il totale delle interruzioni a seguito della nascita di un figlio, cioè non sono una libera scelta.

(*Dati ISTAT)

 

Silvia Morini

Coordinamento Pari Opportunità Uiltemp di Frosinone

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