Logo_UIL“Un lavoro dignitoso per una vita dignitosa”

XIV Congresso Provinciale

Sito Industriale Lefebvre

23 Maggio 2014 Isola del Liri

1) Il quadro generale.

2) Il contesto territoriale.

3) Le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali.

4) Noi sul territorio.

5) Quale futuro.

 

Amiche e amici, compagni e compagne,

 il nostro congresso coincide con un momento estremamente delicato stante l’attuale quadro economico, sociale e politico.

 E noi, come nostra abitudine e pretesa, cercheremo di dare un contributo di idee, con le nostre analisi e le nostre proposte.

Difendendo le nostre idee, rispettando quelle degli altri, chiedendo rispetto per le nostre.

Un contributo anche politico, che non è però schiavo della politica e che rappresenta la nostra libertà di pensiero.

 Io penso che un’organizzazione sindacale non debba e non possa schierarsi con questo o quel partito, l’autonomia è un suo elemento determinante e un fattore di rispetto nei confronti della pluralità dei suoi iscritti.

 Ma al tempo stesso io penso che non si possa non essere collocati in un’area cosiddetta “pro labor”, che per sua natura si fa carico dei problemi del mondo del lavoro e non si pone come antagonista delle organizzazioni che ne sono l’espressione.

 Temi patrimonio genetico della nostra Organizzazione quali il lavoro decente e dignitoso, l’eguaglianza, il rispetto della persona a prescindere dal colore della pelle e dalle idee professate, la laicità come etica di vita, la diversità come risorsa, la solidarietà non possono non essere al centro dell’attenzione dell’agire politico.

 Solidarietà che affonda le sue radici nell’humus storico, laico e socialista, della UIL e nella tradizione delle Società di Mutuo Soccorso, tradizione che rappresenta il codice genetico del sindacato stesso.

 Un sindacato quindi non dipendente dalla politica, ma attore nella politica.

 Domenica si vota per il Parlamento Europeo.

 Più di qualcuno, anacronistico e in malafede, troppo attento al personale miope tornaconto e troppo lontano da una dimensione transnazionale unica condizione di uno sviluppo possibile, ripete fuori dall’€, fuori dall’Europa.

 Non mi sembra una buona idea, anzi sono convinto sia una pessima idea.

 Se la fragile barca Italia, anche se malridotta, non è affondata nella tempesta finanziaria ed economica che ha investito le economie mondiali lo dobbiamo solo alla sua presenza in seno all’UE, e in seno alla moneta unica.

 La discussione non è Europa si Europa no, ma quale Europa vogliamo.

 L’impegno è riuscire ad affiancare a un’Europa della moneta un’Europa sociale.

 L’impegno è ribaltare la filosofia del fiscal compact.

 L’impegno è recuperare un’Europa meno attenta ai pareggi di bilancio e più attenta agli investimenti finalizzati a sviluppo e occupazione.

 1) Il quadro generale.

Abbiamo parlato di un momento della nostra vita che è stato un lungo preoccupante periodo, stiamo parlando di una crisi strutturale che ha lacerato la nostra società.

Le responsabilità dell’attuale quadro sociale ed economico vengono da lontano e sono rappresentate da questo ultimo ventennio sempre più caratterizzato da una devastante dottrina economica neoliberista.

In questi anni si è scommesso, molto spesso in mala fede, sull’idea di un mercato capace di autoregolarsi e sul progetto ottuso di sostituire ciecamente lo Stato con il mercato e il privato.

Si è puntato sull’illusione della Finanza creativa, sulla crescita fondata sul debito, sull’economia virtuale in alternativa alla reale, sulla ricchezza figlia della finanza.

Un libero mercato selvaggio che troppe volte si è trasformato in monopolio o nella migliore delle ipotesi in oligopolio.

La grave crisi transnazionale, finanziaria ed economica, che ne è scaturita ha inevitabilmente colpito in modo virulento anche e soprattutto il mondo del lavoro.

I dati macroeconomici degli istituti di ricerca privi di condizionamenti hanno individuato prima e confermato poi una situazione recessiva estremamente grave, recessione a lungo negata che ha rimesso in discussione livelli di vita e certezze sociali acquisite e consolidate, e che ha fatto contrarre in maniera esponenziale i livelli occupazionali.

La politica avrebbe dovuto governare questi fenomeni, ma così non è stato e al collasso finanziario è seguito quello economico, dall’economia virtuale all’economia reale.

Sarebbe stato necessario operare una corretta rivalutazione delle politiche keynesiane, puntare ad un mercato con regole certe ed etiche, privilegiare l’economia reale e non quella virtuale, favorire il risparmio e non l’indebitamento, sostenere la domanda facendo attenzione non solo alla crescita economica ma anche ad una equa redistribuzione del reddito, realizzando la globalizzazione dei diritti oltre che quella dei mercati.

Più che mai bisognava puntare a far ripartire la crescita economica e il mercato interno, andavano accantonate le politiche di tipo “supply side” e privilegiate quelle di matrice neokeynesiana, si doveva sostenere la domanda aggregata attraverso la liquidità e la riduzione dei tassi d’interesse, si doveva valorizzare il sostegno alla spesa pubblica per investimenti e ai consumi delle famiglie.

Sarebbe stato necessario intervenire sulla riduzione del cuneo fiscale, cosa invece fatta solo da poco, sarebbe stato necessario intervenire sul corretto riequilibrio tra Stato e mercato.

Così non è stato.

Contestualmente non è stata ridefinita una seria politica fiscale accarezzando invece di tanto in tanto l’idea dell’iniqua prassi dei condoni e degli illusori scudi fiscali, scelte che premiano e incentivano sia l’elusione che l’evasione, e mortificano e penalizzano tutti quelli che le tasse le pagano veramente.

2) Il contesto territoriale.

E il contesto territoriale della nostra provincia ripropone fedelmente, se non addirittura in peggio, il grave quadro economico registrato a livello più generale.

Ritengo oramai inutile riproporre per l’ennesima volta una riflessione sulla lunga sfilza di numeri e percentuali, che tutti conoscono a memoria, relativi alla cassa integrazione, alla disoccupazione, alla inoccupazione, alle aziende messe in liquidazione o fallite.

Voglio solo sottolineare due dati emblematici relativi al nostro territorio: le ore di CIGS a Gennaio 2013 sono state 350.319 mentre a Gennaio 2014 sono state 419.930, con un incremento quindi di oltre il 19%;

contestualmente il tasso di disoccupazione viaggia oramai oltre il 12% e quello giovanile oltre il 50%.

Senza ambizioni da sociologia industriale voglio provare a ragionare invece sul quadro d’insieme di un tessuto economico e sociale estremamente diversificato non solo in termini dimensionali ma anche qualitativi.

All’interno della schiera di quelli che oramai vivono border line con il mondo del lavoro, si è diffuso e radicato un pericoloso atteggiamento rinunciatario nei confronti della ricerca di una possibile occupazione.

La fascia dei giovani con atteggiamento rinunciatario nei confronti di studio e lavoro ha assunto dimensioni allarmanti.

La situazione sociale ed economica della provincia di Frosinone, nonostante i primi deboli segnali di ripresa, si presenta ancora critica e conferma l’esistenza, ove ce ne fosse bisogno, di un trend negativo di lungo periodo ancora preoccupante.

Solo per fare alcuni esempi particolarmente significativi ma non certo esaustivi, e senza voler riproporre il solito cahier des doléances, dobbiamo sottolineare che nel cassinate, se la FIAT facendo pagare ai propri dipendenti un pesante tributo in termini di CIG è riuscita a limitare i danni del ciclone crisi, tutto il suo indotto ha pagato un prezzo molto alto in termini occupazionali e di sopravvivenza; contestualmente aziende del settore chimico che fino a ieri sembravano lontane da gravi situazioni di crisi già da tempo stanno affrontando delicati problemi relativi al rapporto mercato/costi/ricavi, all’organizzazione del lavoro, all’innovazione di processo, a esuberi potenziali.

Su tutto il territorio provinciale i precari hanno raggiunto oramai numeri impressionanti sia nell’ambito privato che in quello pubblico (ASL, Provincia, Comuni), senza dimenticare il mondo della scuola dove anche qui è stato pagato un prezzo sociale molto alto.

Questi lavoratori hanno livelli salariali al limite della sopravvivenza (a volte anche meno) e rappresentano l’anello più debole del sistema del welfare, avendo scarsa o nulla protezione in termini di stato sociale.

A Nord la vicenda Videocon, e non solo, ha segnato anche in termini generazionali un intero territorio.

Tutto l’indotto, oltre un migliaio di lavoratori, oramai è scomparso, mentre gli ex dipendenti continuano tenacemente a difendere il loro diritto al lavoro a dispetto della scomparsa di un’azienda che ha rappresentato un pezzo di storia industriale del territorio anagnino, oltre che la fonte di sussistenza di migliaia di famiglie.

Purtroppo abbiamo dovuto registrare una sostanziale latitanza del quadro politico nella gestione di una questione di politica industriale estremamente importante e delicata.

Contestualmente si è evidenziata in questa partita l’assenza di ruolo dell’imprenditoria locale o quantomeno un suo atteggiamento a dir poco timoroso se non rinunciatario.

E solo nell’ultimo periodo, grazie alla tenacia del territorio ciociaro (lavoratori, associazioni sindacali e datoriali, amministrazione provinciale) e al ruolo ricoperto dalla Regione Lazio, si è giunti alla sottoscrizione di un accordo presso il MISE (ADP), accordo che crea le condizioni per una ripresa economica dell’area nord della provincia, ripresa che potrà concretizzarsi però solo se gli imprenditori avranno la capacità di approfittare di questa occasione sicuramente unica.

Il raggiungimento dell’ ADP rappresenta un risultato importante per il nostro territorio, su decine e decine di richieste presentate al MISE sono stati sottoscritti solo quattro ADP in tutt’Italia, accordi che prevedono condizioni di particolare favore per attività produttive e potenziali investitori nell’ambito dell’area interessata.

Sarebbe un errore imperdonabile non saperne approfittare.

E poi Fiuggi, ancora Fiuggi.

Fiuggi che avrebbe potuto usufruire delle incentivazioni previste dall’ADP, in quanto ricade nell’ambito territoriale di questo, ha invece perso anche quest’occasione.

La questione Fiuggi è stata e continua a essere un problema irrisolto, e l’occasione di clientele traversali e terreno di miopi e personali scontri politici.

Nessuno ha avuto la capacità o il coraggio di affrontare la questione Fiuggi con un approccio sistemico che tenesse in considerazione l’interesse aziendale, dei lavoratori e del territorio ciociaro, privilegiando invece antieconomici localismi che non sono andati oltre gli angusti confini fiuggini.

A tutto ciò in provincia si aggiunge la tragica situazione della Sanità, che ai problemi di qualità del lavoro dei suoi operatori affianca una qualità dell’assistenza a dir poco scadente.

Una Sanità che, gravata dall’eredità di un debito colossale, viene ulteriormente penalizzata da gruppi di potere tutti tesi a favorire la sanità privata a scapito di quella pubblica.

3) Le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali.

Ma è nei momenti difficili che si vede la capacità di un gruppo dirigente.

Stante così la situazione ai compagni e amici di CGIL e CISL, nonostante le diversità delle scelte che si sono evidenziate nel passato e compatibilmente con gli spazi che si hanno all’interno delle reciproche organizzazioni, io dico che dobbiamo continuare a lavorare come abbiamo sempre fatto, anche nei momenti di maggiore attrito, per valorizzare le non poche cose che ci accomunano cercando di gestire intelligentemente e in modo razionale quelle che ci dividono.

Ci sono visioni diverse che ci differenziano, e su quelle c’è stato e ancora c’è un confronto dialettico a volte pacato a volte meno.

Le diversità che sono state un punto di debolezza ma anche di forza del sindacato, e che a volte ci hanno diviso, sono state comunque un’occasione di crescita per tutti.

La società si evolve con una progressione esponenziale e con essa il mondo del lavoro, e noi dobbiamo avere il coraggio di riconoscere di non essere stati capaci a rappresentare fino in fondo l’intera platea dei lavoratori.

E’ da tempo che oramai rappresentiamo più facilmente la platea di chi il lavoro ce l’ha, mentre facciamo sempre più fatica a tutelare il mondo del lavoro che non c’è.

Dobbiamo avere la lucidità di chiederci e capire cosa non ha funzionato nelle nostre analisi e nelle nostre strategie, dobbiamo avere la capacità di metterci in discussione, dobbiamo avere la capacità di ripensare il sindacato nel cambiamento.

Non dobbiamo aver paura dei cambiamenti.

L’essere figli del 900 non deve rappresentare un limite ma una risorsa.

E al di là dei massimi sistemi, con cui tutti più o meno dobbiamo fare i conti, ci sono tutta una serie di questioni che ci hanno visto e continueranno a vederci lavorare assieme.

Il nostro territorio è al collasso e noi dobbiamo lavorare per far fronte ai problemi che attanagliano la nostra provincia, problemi che tutti noi conosciamo bene.

E questo lavoro, per la ripresa e la crescita del nostro tessuto sociale ed economico, la UIL ritiene debba essere fatto insieme a CGIL e CISL.

Farlo insieme, chiamando le Associazioni datoriali alle loro responsabilità.

Associazioni con cui abbiamo avuto e abbiamo un continuo e corretto confronto, associazioni che hanno ovviamente il compito della tutela degli interessi dei datori di lavoro, come noi quella dei lavoratori.

Questi due interessi spesso potrebbero coincidere, troppe volte invece sono distinti e contrapposti per ragioni poco nobili e fin troppo chiare.

Ma fermo restando la specificità dei ruoli, tutti dobbiamo lavorare in maniera responsabile e trasparente facendoci carico di problemi che per la loro complessità difficilmente troverebbero soluzione in una situazione di contrapposizioni sterili e interessate.

Problemi che coincidono a volte con gli interessi dei lavoratori a volte con quelli dei datori di lavoro, ma comunque tutti all’interno in un quadro più generale dove necessariamente devono convivere nel sistema azienda, a vario titolo e in vario modo, gli interessi di entrambi.

In questa ottica, ognuno con il proprio ruolo, è importante svolgere un’azione sinergica di stimolo nei confronti di chi ha ruoli e responsabilità istituzionali e non, in ambiti politici, economici e sociali.

Come sindacato abbiamo fatto errori e siamo pronti a parlarne pacatamente e senza pregiudizi, la stessa disponibilità la chiediamo al mondo dell’impresa e anche e quello della politica.

4) Noi sul territorio.

In questo quadro estremamente preoccupante in termini di emorragia occupazionale, con il tessuto produttivo ancora in forte difficoltà e una precarietà del lavoro sempre più difficile da contrastare, con una disoccupazione giovanile che ha raggiunto livelli insostenibili e conseguenti prospettive future senza più certezze se non quelle della precarietà, anche se tra notevoli difficoltà, tutto sommato siamo riusciti a evitare, nel quadriennio 2010/2013, l’emorragia che oggettivamente temevamo.

Il 2013 sul 2012 ha fatto registrare complessivamente un tenuta del tesseramento con flessioni dello “zero virgola” in alcuni settori specifici del comparto industriale e del pubblico impiego, e un leggero aumento invece nel settore dei servizi e nella categoria dei pensionati.

Devo rimarcare invece un certo scollamento tra categorie e UIL, e tra categorie e categorie, e un interesse di queste più legato a fasi congiunturali, a momenti occasionali, ad aspetti settoriali.

Io penso che dobbiamo lavorare tutti per dare una sempre maggiore visibilità alla nostra organizzazione e chiedo alle categorie maggiore partecipazione alle iniziative della UIL, partecipazione che in passato in più di una occasione è stata molto tiepida e a volte risibile.

Basta ricordare i convegni organizzati a Frosinone sul ciclo dei rifiuti o sul tema dell’accesso al credito per le PMI, temi scomodi da trattare che avrebbero richiesto un sostegno più convinto.

E ancora le presenze, non certo oceaniche, ai presidi davanti alla Regione e alla Prefettura, o al classico appuntamento del 1° Maggio.

Questo non è un modo lungimirante di lavorare, la categoria non può essere un’isola felice slegata dal contesto organizzativo più generale.

E anche se nel breve periodo qualcuno può avere l’impressione di aver fatto la scelta giusta, così non è.

La UIL ha bisogno delle categorie come le categorie hanno bisogno della UIL.

La presenza nel Consiglio presuppone partecipazione, l’attività dell’Esecutivo necessita di partecipazione, la vita della UIL richiede partecipazione.

Per quanto attiene le sedi territoriali abbiamo intenzione di porre ancora più attenzione agli assetti organizzativi nella continua ricerca di una sempre maggiore ottimizzazione delle risorse economiche e umane, per andare a intercettare i bisogni dei nostri iscritti e del territorio.

Dopo la sua riorganizzazione Anagni ha bisogno ora di maggiore visibilità e a questo lavoreremo di concerto con i Chimici che è la categoria di riferimento sul territorio, ma anche con Edili e Pensionati che sono oramai anche loro una realtà consolidata.

A Cassino, oltre alla presenza storica dei metalmeccanici e nonostante le difficoltà del contesto territoriale, Scuola, FeNEAL, Pensionati, FPL e Chimici sono una realtà radicata e confermano il consolidamento della loro presenza.

E anche qui, di concerto con loro, perseguiremo l’obiettivo di una maggiore visibilità della sede oltre che il rafforzamento dell’esistente.

La sede di Sora oramai ben strutturata grazie alle persone che quotidianamente ci lavorano, che possiamo definire una scommessa vinta, ha fatto registrare un trend di crescita costante producendo risultati egregi e diventando un riferimento importante della UIL nella valle del Liri.

Anche a Sora, in sinergia e di concerto con Edili, Pensionati e Scuola presenti in sede, ragioneremo su come rafforzare la presenza sul territorio alla ricerca di un ruolo sempre più funzionale e rispondente ai bisogni della gente.

A Frosinone, dopo innumerevoli vicissitudini, abbiamo una nuova sede anche se non siamo riusciti nell’operazione dell’acquisto.

Problemi più grandi di noi ci hanno impedito di portare a casa l’obiettivo acquisto facendoci ripiegare sulla soluzione locazione.

Ma in un’ottica di razionalizzazione degli spazi e delle risorse abbiamo una sede più funzionale della precedente, meno spaziosa si ma più visibile, e cosa più importante senza barriere architettoniche.

Operazione che ha comportato anche un rilevante impegno economico, ma che ci ha permesso di realizzare una sede con ampi e razionali spazi riservati ai servizi nella prospettiva di un sempre più avanzato processo di integrazione.

Tutti concordiamo sull’importanza dei servizi, ed è sempre più difficile riuscire a tenere in piedi una rete di servizi efficiente ed efficace.

Il patronato sta vivendo un momento estremamente delicato.

L’attuale normativa pensionistica ha ridotto in maniera drastica il numero delle pratiche di pensione riducendo notevolmente la potenziale attività statisticabile e portando il patronato a dover ricercare tutta un’altra serie di prestazioni che difficilmente potranno sopperire fino in fondo alla mancanza di punteggio da pensioni.

Il CAF ha dovuto affrontare una serie di gravi problemi di carattere economico e gestionale, problemi che non sono stato in grado di individuare e capace di evitare.

Cosa questa di cui mi rammarico molto e su cui non posso non fare una esplicita e convinta autocritica.

La conferenza di Bellaria, nell’ottica di una razionalizzazione organizzativa, ha indicato scelte e assetti di dimensione e carattere regionali.

E le difficoltà vissute dal nostro CAF hanno accelerato questa trasformazione e la nascita di una società regionale all’interno della quale il nostro CAF è stato riorganizzato.

I nostri servizi che vivono anche della sinergia con le nostre categorie, oggi più che mai necessitano di questa sinergia.

Oggi più che mai perché ultimamente, a livello nazionale, sono state fatte scelte organizzative che se a carattere generale puntano alla crescita dell’organizzazione, a livello territoriale renderanno sempre più impegnativo il lavoro che ci aspetta.

Nei congressi di categoria, che hanno preceduto questo momento, più di un intervento ha sollecitato una maggiore sinergia tra Servizi, Uil e Categorie.

In questa ottica ho intenzione di proporre la realizzazione di un osservatorio permanete, espressione delle categorie e della segreteria della Uil, che si faccia carico di ragionare su come efficientare sempre più i servizi e come realizzare una maggiore sinergia tra servizi che coinvolga e valorizzi anche ADOC e UNIAT.

5) Quale futuro.

Abbiamo parlato di crisi, una crisi strutturale che ha cambiato i parametri di produzione della ricchezza, i meccanismi del mercato, i soggetti economici, gli orizzonti futuri, falcidiato l’occupazione.

E chi non ha capito i termini del cambiamento difficilmente riuscirà ad agganciare il treno della ripresa.

Fondamentale resta la questione del recupero dell’economia reale quale elemento portante della crescita.

Strategico ma anche etico resta il tema del valore del lavoro.

Il lavoro come motore di ripresa oltre che come mezzo di emancipazione, il lavoro come diritto e non come privilegio.

Il valore del lavoro legato alla capacità e alla qualità del fare, non lavoro dequalificato ma altamente professionale, che realizzi un prodotto ad alto valore aggiunto.

Un lavoro decente e non precario, che non metta a rischio la salute e la sicurezza del lavoratore, con un salario che garantisca un’esistenza dignitosa, un lavoro che rispetti le diversità facendone una risorsa, che non penalizzi la qualità della vita ma anzi vi contribuisca.

Tutti concordiamo che i problemi sono essenzialmente di carattere strutturale e non certo congiunturale, si rendono necessari quindi interventi che abbiano un approccio sistemico alla soluzione dei problemi, e non solo interventi tampone o random.

Se da una parte è stato importante ottimizzare e massimizzare l’utilizzo di tutti gli ammortizzatori sociali possibili, contestualmente è imprescindibile che diventino fondamentali gli interventi di carattere strutturale e la valorizzazione anche di settori produttivi ritenuti a torto marginali e troppo a lungo trascurati.

Il settore industriale è un settore fondamentale per il nostro territorio, e in quanto tale deve essere difeso e messo in condizione di continuare ad essere una delle fonti primarie di produzione della ricchezza.

E’ necessario che le aziende investano in ricerca, innovazione e processi produttivi con alto valore aggiunto.

E’ necessario puntare alla realizzazione di politiche del lavoro che siano veramente efficaci.

Per l’economista Daniel Gros il problema non sta tanto nel basso investimento, quanto piuttosto nella bassa efficienza marginale del capitale investito e la bassa efficienza del capitale è uno dei fattori della stagnazione della produttività e del reddito.

Questo fattore va associato al sistema finanziario, che dovrebbe guidare le scelte di investimento delle imprese, e chiama in causa il mercato del credito e dei capitali, vista la grave situazione provocata dal credit crunch e dal meno noto speculative crunch, fenomeni particolarmente sentiti in provincia.

Spesso però si trascura che gli investimenti in capitale dipendono in modo significativo da altri investimenti che le imprese fanno, o dovrebbero fare, sull’organizzazione propria e del lavoro, con pratiche innovative fondate sul coinvolgimento di lavoratori e sindacato nei cambiamenti, per una migliore qualità di prestazioni e condizioni di lavoro.

Attività che nel linguaggio degli addetti ai lavori vengono definite best work organization practices, più semplicemente Pratiche Innovative, e che, assieme all’innovazione delle tecnologie e dei prodotti, consentono di realizzare gli incrementi di produttività che sostengono la crescita.

La bassa crescita dipende da molteplici fattori e spesso si trascura il peso del deficit di innovazioni nell’organizzazione del lavoro e dello scarso coinvolgimento di dipendenti e rappresentanze sindacali.

Il nostro paese è in questo campo uno dei fanalini di coda in Europa, e la nostra provincia non è certo tra le prime in Italia.

Una ricerca condotta da Eurostat ci dice che la flessibilità dell’orario di lavoro e la formazione sono le pratiche innovative più diffuse in un terzo delle strutture produttive; gli incentivi finanziari ed economici e il coinvolgimento dei lavoratori sono presenti in circa un quarto di queste; nel restante terzo non si registra l’adozione di nessuna di queste pratiche.

E’ da segnalare inoltre la pratica diffusa della complementarietà negli interventi attuati.

Ancora la ricerca ci dice che la sola flessibilità oraria induce effetti deboli sulle performance, mentre formazione, coinvolgimento dei lavoratori e delle rappresentanze, gruppi di lavoro hanno effetti fortemente positivi sia su condizioni lavorative e gestione delle risorse umane, sia su performance economiche e produttività.

La ricerca evidenzia chiaramente i vantaggi dell’adozione delle pratiche innovative, eppure siamo quasi fanalino di coda.

Fattore che ha strette sinergie con l’innovazione tecnologica, quindi con gli investimenti e con le innovazioni di prodotto che le imprese dovrebbero realizzare.

La quota di investimento sul reddito potrà anche essere adeguata, ma manca l’investimento in innovazioni organizzative del lavoro, scelta invece di vitale importanza.

E se questo vale per gli altri, questo deve valere anche per noi.

Solo così potremo essere competitivi, rilanciare il sistema produttivo e i livelli occupazionali e di reddito.

Questo deve essere il nostro impegno, sul nostro territorio, nel confronto sui temi legati alla crescita.

E in questo quadro così articolato i soggetti istituzionali, e non, hanno l’obbligo di dare risposte concrete al sistema produttivo del nostro territorio su scottanti e vitali questioni ancora aperte.

Il tema delle fonti energetiche che ha un valore strategico per la sopravvivenza delle nostre aziende e che necessita di risposte immediate.

La difficoltà d’accesso al credito per le PMI che contribuisce ad affossare le aziende del nostro territorio e che se non superata ne impedirà il rilancio produttivo, e quindi la sopravvivenza.

Il quadro infrastrutturale che è desolante, basta pensare per esempio a una rete viaria affatto sufficiente o a un discutibile cablaggio di un territorio che da tempo è in attesa della banda larga.

Situazione questa che di fatto pone fuori mercato le aziende del nostro territorio.

L’elefantiasi della burocrazia che impedisce alle aziende di nascere, di crescere, di essere competitive.

La zona grigia delle connivenze tra affari e politica.

Si deve passare dalle parole alla politica del fare, e senza ulteriori indugi creare le condizioni che accendano l’interesse degli investitori per il nostro territorio, attraverso la realizzazione delle infrastrutture necessarie ma anche di possibili incentivi fiscali e di interventi di semplificazione burocratica.

Gli interventi strutturali, sia quelli relativi al quadro delle infrastrutture da realizzare, completare o ammodernare, sia quelli a sostegno e rilancio del sistema produttivo in senso lato inteso, implicano programmazione e tempi di medio/lungo periodo, ma è l’unica seria strada da percorrere.

E in questa ottica è sempre più difficile capire, salvo usare il linguaggio delle poltrone, l’esistenza di due consorzi destinati a occuparsi dello sviluppo industriale del territorio provinciale.

Contestualmente vanno recuperati e sviluppati settori da sempre nei fatti trascurati, come per esempio il settore del turismo che deve essere approcciato in termini di “sistema turismo” e non con proclami ad effetto o con spot elettorali.

Sono anni che come sindacato portiamo avanti una proposta per la realizzazione di un progetto naturalistico nell’area dell’Appennino ciociaro, progetto integrato che attraverso il turismo ambientale punti alla valorizzazione dei prodotti agroalimentari, dell’artigianato, della cultura, della residenzialità diffusa, della qualità della vita.

Progetto in grado di dare con le sue potenziali ricadute di carattere occupazionale anche un reale contributo, non certo residuale, alla questione lavoro.

In economia non esistono scorciatoie, possono esistere solo interventi tampone che vanno comunque necessariamente affiancati a interventi di carattere strutturale, gli unici in grado di affrontare i problemi alla radice.

L’uscita dalla crisi nella nostra provincia può e deve rappresentare l’occasione per la realizzazione di un nuovo impianto economico e produttivo, un nuovo impianto per agganciare la ripresa, rilanciare il territorio, creare occupazione.

Come UIL pensiamo che non possiamo permetterci di perdere il treno della ripresa, e in ragione di ciò chiediamo che ognuno si assuma le proprie responsabilità come noi siamo pronti ad assumerci le nostre.

 

Vi ringrazio dell’attenzione e vi auguro buon lavoro.

 

Membri della Segreteria Provinciale

– Stamegna Gabriele (Segretario Generale)

– Tarquini Anita

– Lucidi Emilio

– Angelini Annunziatina

– Colafrancesco Riccardo.

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